Economia / Il pericolo numero uno per l’investitore? È nella sua testa

Per investire bene i propri soldi non basta avere una buona conoscenza dei prodotti finanziari e delle prospettive del mercato.

Non basta neppure affidarsi a un bravo consulente ed elaborare con lui un piano articolato basato sulle proprie risorse, i propri obiettivi nel breve, medio e lungo termine, il proprio profilo di rischio (fattore, quest’ultimo, divenuto importantissimo e oggi per fortuna garantito dalle disposizioni della MifidII).

No, queste cose sono necessarie, come ho spiegato tante volte, ma non sono sufficienti se non sai gestire positivamente la tua emotività e la tua psicologia.

Se non hai piena consapevolezza delle tue ansie, paure, speranze, le scelte di investimento e disinvestimento che farai saranno sbagliate; oppure, anche se centrerai le scelte giuste, non sarai poi in grado di gestirle o portarle a termine.

Gli addetti ai lavori lo sanno e oggi esiste una vera e propria disciplina, chiamata “finanza comportamentale”, che studia l’impatto della psicologia sulle decisioni di investimento.

Si tratta di una materia relativamente nuova, nata alla fine degli anni Settanta, ma divenuta centrale soltanto negli ultimi anni, grazie al contributo prima di Daniel Kanemahn (premio Nobel 2002) e soprattutto Richard Thaler (che il Nobel per i suoi studi sulla finanza comportamentale lo ha vinto appena lo scorso anno).

Chiacchiere per specialisti? Per nulla. Di finanza comportamentale mi occuperò nei prossimi mesi anche altre volte, ma intanto ti porto oggi alcuni esempi della sua importanza.

L’assunto da cui parte la finanza comportamentale è che le decisioni dei risparmiatori/investitori non sono generalmente razionali.

Neppure se conosco benissimo i mercati o i prodotti finanziari.

L’incapacità, per esempio, di gestire le emozioni di fronte a una perdita temporanea o di resistere alle sirene di un apparentemente rapido e sicuro guadagno sono due classici esempi di cattivo comportamento finanziario.

Simili atteggiamenti, infatti, possono andar bene per lo speculatore incallito, che sceglie consapevolmente di rischiare e di giocare sulle oscillazioni nel breve termine ma non vanno affatto bene per chi si considera un investitore che vuole darsi un futuro facendo fruttare i propri risparmi.

Il problema è che, a causa di simili debolezze psicologiche, molti risparmiatori/investitori fanno scelte da speculatori (senza esserlo), come dimostra il fatto che, mentre fino al 1970 i titoli venivano detenuti mediamente per un periodo di 4-8 anni, oggi la permanenza media di azioni o obbligazioni in un portafoglio non arriva ai 9 mesi!

E non va molto meglio per chi investe in prodotti del risparmio gestito, come i fondi. Siccome difficilmente l’investitore-tipo ha le qualità di Gordon Gekko, il risultato è che i rendimenti ottenuti sono mediamente deludenti. Perciò, attenzione, ricordatevi sempre questa tabella (fonte: Investors’) e fissate ben in mente le differenze tra speculatore e investitore. Seguite i comportamenti indicati sulla destra, non quelli citati sulla sinistra.

Warren Buffet, che di investimenti se ne intende come pochi, dice che alti tassi di rotazione nei portafogli degli investitori, trasformano questi ultimi in “polli da spennare”.

E porta sempre un esempio: “Se mi chiedete di valutare il rischio nell’acquisire azioni Coca-Cola oggi e venderle domani, vi direi che è molto, molto elevato. Ma comprarle oggi per rivenderle tra dieci anni rappresenta una operazione a rischio zero”.

Come ha ricordato il private banker Massimo Milani sulla rivista Investors’, Warren Buffet nel 1988 fece il singolo maggior investimento effettuato dalla sua società, la Berkshire, sulle azioni Coca-Cola.

Nel corso dei dieci anni successivi, il prezzo delle azioni aumentò di dieci volte, mentre l’indice S&P 500 di circa tre.

Col senno di poi, potremmo pensare che fu un investimento semplice e alla portata di chiunque.

Ma non è così.

In diversi seminari tra investitori verso la fine degli anni Novanta fu chiesto al pubblico quanti di loro avessero posseduto azioni Coca-Cola negli ultimi dieci anni.

Praticamente tutti alzarono le mani.

Quando fu chiesto loro quanti avessero avuto gli stessi utili di Buffet da quei titoli, imbarazzati lentamente quasi tutti abbassarono le mani.

Perché se furono in tanti a possedere quote di Coca-Cola pochissimi ne ricavarono gli stessi utili? Perché si fecero prendere la mano dalla fretta di vendere dopo qualche oscillazione negativa.

Perché non seppero tenere i nervi saldi e proseguire sulla strada intrapresa coscientemente all’inizio.

Perché agirono con l’impulso dello speculatore e non con quello dell’investitore.

Perché, potrei dire, non avevano studiato la finanza comportamentale, la quale spiega quali sono i principali meccanismi psicologici che finiscono (inconsapevolmente) per far fare a un investitore le scelte tipiche dello speculatore.

Vediamo alcuni di questi meccanismi, per esserne coscienti ed evitarli. Possiamo citare:

  • l’eccesso di sicurezza nell’affidarsi ad informazioni che confermano ciò di cui sono già convinti, scartando quelle di segno opposto;
  • il reagire esageratamente alle brutte notizie ed a prendere atto più lentamente di quelle buone (overreaction bias);
  • l’avversione alle perdite unita all’elevata frequenza di valutazione della performance che alimenta lo stress derivante dalle micro variazioni di prezzo giornaliere (avversione miopica alla perdita);
  • la tentazione a seguire tutto quello che fanno gli altri anche se non ha necessariamente un senso;
  • l’illusione del controllo prendendo in esame ciò che è facile da misurare, ad esempio il continuo confronto di dati;
  • il valutare la performance del portafoglio in base alla visione dei risultati recenti e non ai fondamentali e a una visione di medio-lungo termine.

Quanti di noi non sono mai caduti in questi meccanismi?

Quanti di noi sono inconsapevoli della loro enorme influenza?

Quanti hanno scelto, acquistato o venduto un titolo sulla base di simili impulsi, magari nonostante il consiglio opposto del loro consulente?

L’investitore ha tanti pericoli da cui guardarsi per far fruttare i propri soldi, ma il più pericoloso sta nella sua testa.

E tu cosa ne pensi?

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